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L’INDICE DEI LIBRI PROIBITI: IL SAPERE OCCULTATO ED I ROGHI DI PUGLIA

L’INDICE DEI LIBRI PROIBITI: IL SAPERE OCCULTATO ED I ROGHI DI PUGLIA

In un contesto che vede il superamento dell’ antica tradizione di diffusione dei saperi proveniente dagli scriptoria dei monasteri benedettini, centri di cultura e di propaganda della conoscenza, il Santo Uffizio si propose di plasmare i fedeli, esercitando un controllo sulla divulgazione di essa.

A questo scopo, nel 1559 ad opera di papa Paolo IV, fu istituito l’Index librorum prohibitorum il quale si poneva come fine principale quello di proteggere la Chiesa dalle eresie che sul finire del Medioevo, all’alba dell’età moderna, comportavano una reale minaccia per il potere spirituale.

Non molti anni prima, nel 1487, in un Paese che risentiva ancora del culto della religio antica di stirpe germanica, i frati domenicani Jacob Sprenger e Heinrich Institor Kramer –  a seguito della bolla pontificia “Summis desiderantes affectibus” e sull’esempio dell’ inquisitore generale di Aragona, Nicolas Eymerich – pubblicarono il Malleus Maleficarum (conosciuto anche come “Martello delle Streghe”) allo scopo di reprimere il paganesimo, la stregoneria e, più in generale, i movimenti ritenuti “eretici”;

questo manuale-guida per inquisitori non fu mai adottato ufficialmente dall’istituzione ecclesiastica ma neppure inserito nell’Indice dei Libri Proibiti.

Con il precoce diffondersi dei saperi e delle conoscenze – grazie al supporto della stampa apportata nell’esperienza europea dal tipografo Johannes Gutenberg – si fece strada il timore che teorie “nuove” e razionali inibissero e screditassero le concezioni dogmatiche imposte nei secoli della cosiddetta “età di mezzo” dalla Chiesa romana.

L’autorità del potere temporale sulla cultura si andò rafforzando sempre più e la sua attuazione trovò sostegno nella bolla pontificia “Inter Sollicitudines” emanata il 4 maggio 1515 a seguito del V Concilio Lateranense che prevedeva l’esercizio dell’ Imprimatur la quale constava nella facoltà dell’ente ecclesiastico di concedere il nulla osta alla stampa all’autore o all’editore, su richiesta di quest’ultimo.

Sebbene la bolla Licet ab Initio (1542) non conferisse alla Congregazione di competenza il potere di censura, questa si arrogò il controllo della stampa attuando perquisizioni nelle biblioteche dei conventi, dei monasteri e delle abitazioni private, sottoponendo a requisizione i libri ritenuti “immorali”.

Tra i libri censurati dall’autorità ecclesiastica non mancarono diverse edizioni della Bibbia, con particolar riguardo a quelle scritte in volgare, nonché opere note tra le quali si annoverano il De Monarchia di Dante Alighieri, il Decameron di Giovanni Boccaccio, molteplici opere di Niccolò Macchiavelli ed altri testi filosofici, scientifici o, più in generale, contenenti nozioni di magia cerimoniale, alchimia ed esoterismo;

la censura fu dunque attuata per quelle produzioni scritte che si rivelavano essere in disarmonia con i principi accettati e divulgati quasi coercitivamente dal Sant’ Uffizio.

Secondo alcuni studi storiografici, particolarmente consistente fu il patrimonio librario bruciato per volere delle congregazioni delle circoscrizioni territoriali della Penisola e dell’ Inquisizione; questo fenomeno non lasciò esclusa nessuna area geografica:

tra il 1556-67 il vescovo di Giovinazzo, Giovanni V (Briziano della Ribera) a proposito dell’istruzione decretò che il docente di grammatica “svolgesse le sue lezioni astenendosi, come stabilito dal concilio di Trento, dall’uso di libri proibiti o sospesi o da altri libri lascivi che potessero corrompere la morale dei giovani”.

Decreti e bolle di analogo contenuto son state emanate ad Otranto ove, nel 1630, l’arcivescovo affermò le sue intenzioni di sanzionare tutti coloro che, rivestendo cariche ufficiali quali giudice e doganiere, avrebbero permesso lo sbarco di manoscritti o libri rilegati ritenuti “proibiti”.

Non differente risultò essere la corrente di pensiero del vescovo di Lecce, Luigi Pappacoda il quale – imponendosi nel panorama culturale locale –  nel 1660 dispose la prigionia per coloro i quali avessero mostrato interesse per i libri di medicina, astronomia, astrologia, agricoltura e arte della navigazione; fu altresì vietato ai tipografi di inserire immagini che potessero essere ritenute contrarie all’ordine pubblico ed al buon costume del tempo.

Tra i testi censurati e messi al rogo non fu risparmiata l’opera Lemegeton Clavicula Salomonis, grimorio diviso in cinque parti e rinominato “Piccola Chiave di Salomone, che costò una scomunica allo studente di medicina originario di Ruvo, Giovanni Andrea Rosello, trovato in possesso del libro.

“Osare alla conoscenza” – in un’epoca in cui il Sant’Uffizio deteneva il controllo culturale – significava dunque incorrere nel pericolo di sanzioni erogate dal tribunale civile ed ecclesiastico che talvolta potevano compromettere quei diritti dell’uomo che oggi definiremmo “irrinunziabili”.

Antonia Depalma.

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