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L’arte Amanuense nel Medioevo pugliese

L’ ARTE AMANUENSE NEL MEDIOEVO PUGLIESE
Prestigiose testimonianze capaci di narrare peculiarità della storia della nostra area geografica sotto il profilo storico e culturale son conservate presso il Museo Diocesano di Bari, il quale ha il privilegio di custodire tre delle 31 pregiate pergamene liturgiche miniate nei secoli della cosiddetta “età di mezzo”.
L’ Exultet, il cui nome richiama quello della formula del rito romano “Benedictio Cerei”, era diffuso nell’Italia meridionale e fu il prodotto delle opere sapienti dei monaci amanuensi che risiedevano nell’area d’interesse durante i secoli intercorrenti tra il X ed il XIV.
In un’epoca durante la quale la stampa non aveva ancora visto la luce, i luoghi adibiti alla diffusione della cultura e alla trasmissione dei saperi erano gli scriptoria, collegati ai grandi all’interno dei quali i c.d. “servus a manu” provvedevano a ricopiare, mediante la bella grafia, i testi dell’antica tradizione classica; soltanto dal V secolo questi iniziarono a comparire all’interno dei grandi monasteri apportando, di pari passo, una evoluzione della tipologia di scriptūra: comparvero la Onciale, la Semi-Onciale e la Minuscola Corsiva seguite, nell’ XI secolo, dall’arte calligrafica Carolina.
Nel 1200 con la comparsa degli scriptoria legati alle Università si assistette ad un mutamento nella costruzione dei codex, delle miniature – le quali divenirono più laiche – e della scrittura: appare la Gotica.
La tipologia di Gotica che interessò la nostra area geografica è rinvenibile nel trattato di Federico II di Svevia, “De arte venandi cum avibus” relativo all’attività venatoria.
Il codice – redatto nel 1260ca. e conservato presso la Biblioteca Vaticana – è formato da 111 fogli di pergamena delle misure di 24×36 cm, appare come un chiaro esempio della scrittura adoperata alla corte dell’ Imperatore del Sacro Romano Impero.
In periodi antecedenti alla nascita dell’arte calligrafica gotica veniva  doperata la scrittura Beneventana – scrittura nazionale della Longobardia Minor – originaria del ducato di Benevento e denominata come tale dal paleografo Avery Lowe; utilizzata nell’area dalmata tra l’VIII ed il XVI secolo, il centro più importante di diffusione di questa scrittura fu l’abbazia benedettina di Montecassino, fondata nel 529 da Benedetto da Norcia.
Dall’ influsso della scrittura del monastero benedettino – ricca di  Abbreviazioni e contrazioni – e da quello della minuscola greca nacquero le tipizzazioni della c.d. “Bari Type” – la quale presenta un tratteggio sottile favorito dall’utilizzo di pennini a punta rigida – e della scrittura “Cassinese”.
Ritenuti i copisti per eccellenza, agli amanuensi benedettini si deve la trasmissione di documenti, cifrari, volumen e codex antichissimi: questi – esperti di retorica, grammatica, aritmetica, geometria, arti liberali, musica ed astronomia – son stati i preziosi custodi delle conoscenze più remote.

All’interno del monastero, inoltre, ci si occupava della colorazione  dell’inchiostro, la quale era dovuta al suo principale componente, il gallato di ferro ottenuto dalla reazione del tannino con un sale ferroso;
lo stesso monaco Teofilo del XII secolo nel trattato “De diversis artibus” riferisce di un inchiostro a base di ferro prescrivendo per la sua preparazione un estratto polverizzato dalla corteccia di alcune piante, mescolato con un composto di zolfo o ferro o di una miscela di ferro e tannino.
Alternativa delle noci di galla, secondo i ricercatori, era la Punica Granatum o la melagrana, frutto la cui buccia risulta essere piena di escrescenze; Teofilo, nei suoi trattati, tuttavia, menziona anche l’estratto del cespuglio di biancospino il quale veniva fatto macerare nel vino.
Il primo ricettario sull’inchiostro ferrogallico e sul suo utilizzo è contenuto nei papiri di Leida e Stoccolma, i quali, assieme al manuale De Arti Illuminandi del XIV secolo, trasmettono le conoscenze più antiche relative alla creazione dei pigmenti.
L’archeologia dimostra che si iniziò a scrivere incidendo tavolette di argilla, tavolette cerate, pietre e cortecce d’albero e solo successivamente, grazie alla nascita del papiro, della pergamena – il cui nome deriva dalla città di Pergamo, in Asia Minore, ove fece la sua prima comparsa – e della carta si iniziò ad adoperare un deposito di materiali di contrasto mediante
pennelli, pennini d’oca, pennini palustri e calamai.
Le documentazioni più importanti relative all’ enckauston son contenute nel Filone di Bisanzio (inchiostro c.d. “simpatico”), nei trattati di Caio Plinio (inchiostro ferrogallico) e negli scritti di Publio Ovidio Nasone (trattamento scrittorio con il latte).
Un’eredità di inestimabile che secondo alcuni studiosi ci è stata lasciata dal monastero di San
Benedetto, sito a Bari e fondato nel 978 dall’Abate Girolamo.
I rotoli di Exultet esposti nelle teche del museo sono la concreta  estimonianza di un’evoluzione della notazione adiastematica la quale era dotata di guidone, atto a dare l’intonazione al canto gregoriano.
La presenza di tali opere non esclude che durante l’epoca medievale, nella città di cui San Nicola, vescovo di Myra, è patrono vi sia stata una schola cantorum d’influenza greca e bizantina.

AUTRICE: Antonia Depalma

 

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Antico pellegrinaggio alla chiesa rupestre di “Cristo alla Grotta”- Domenica 7 aprile 2019, Martina Franca (TA)

Antico pellegrinaggio alla chiesa rupestre di “Cristo alla Grotta”- Domenica 7 aprile 2019, Martina Franca (BR).

La domenica “di Passione”, che precede la domenica delle Palme, a Martina Franca entrano nel vivo i riti pasquali con la visita e pellegrinaggio alla chiesetta rupestre di “Créste ‘a Jruotte”, sita nei pressi di Viale Europa.

Martina Franca (Taranto) – Viale Europa.
09.00-12.00 e 16.00-20.00
ingresso libero

Processione della “Desolata” – Grottaglie (TA), Venerdì 5 Aprile

Processione della “Desolata” – Grottaglie (TA), Venerdì 5 Aprile.

Nella città delle ceramiche ai piedi delle Murge tarantine, l’Addolorata (qui chiamata “Desolata”) il Venerdì di Passione (prima della Domenica delle Palme) esce dalla Chiesa Madre medievale, accompagnata dall’antica Confratenita del SS. Nome di Gesù (caratterizzata dalla mozzetta rossa), dal coro e dalla banda che esegue marce funebri, in un clima di grande commozione. In quel pomeriggio di primavera il popolo grottagliese si stringe intorno a Madre Maria per non lasciarla sola nel suo immenso dolore.
Web: www.grottaglieturismo.it

Grottaglie (Taranto)
Piazza Regina Margherita e vie della città
ore 18:30
ingresso libero

Festa della Vecchia Spilosa -Domenica 24 marzo 2019, Francavilla Fontana

Festa della Vecchia Spilosa -Domenica 24 marzo 2019, Francavilla Fontana

Domenica 24 marzo 2019, a Francavilla Fontana, c’è la festa della Vecchia Spilosa, la più divertente festa da ballo popolare, che si ripete nella terza domenica successiva al Martedì Grasso. L’appuntamento è a partire dalle ore 19.00 presso i locali dell’azienda agricola Argentieri, nella zona industriale di Francavilla Fontana, sulla Via per Grottaglie
Ingresso libero e gratuito

Salvaguardare il folklore pugliese

La Puglia è una regione molto antica, il cui stesso nome è avvolto dal mistero. Nel vasto territorio pugliese si tramandano ancora tradizioni millenarie degne della più ampia divulgazione possibile, che purtroppo rischiano di essere dimenticate per colpa di una società moderna che, verso la cultura in generale, si dimostra apatica e menefreghista.

Da diversi anni mi occupo del folklore pugliese, percorrendo la regione da Nord a Sud, visitando castelli, antiche masserie, chiese e cripte, grotte, tutti luoghi che conservano leggende e misteri, dal fantasma di questa o quella dama, ai segni del miracolo del Santo o del Beato di turno.
Non mancano neppure i riferimenti al simbolismo massonico esoterico nella nostra bella regione, alcune volte giusto accennati e celati tra i capitelli del Barocco, altre volte ostentati con fierezza, soprattutto sulle facciate delle antiche cappelle di alcuni cimiteri, come quello di Bitonto, Lecce, o Monopoli.

Viviamo in una regione ricchissima sia dal punto di vista naturalistico che culturale, ed il folklore è cultura, l’antica cultura contadina che è alla base dell’odierna società pugliese, e che per questo deve essere riscoperta, rispettata, tutelata. Eppure, chi come me prova a descrivere e divulgare questi aspetti, si ritrova spesso mal giudicato, persino deriso, ostacolato da chi, forte di un potere illusorio e subordinato al popolo che di tal potere investe i suoi governanti, si permette di condannare l’operato dello studioso senza neppure informarsi sulle reali intenzioni che lo muovono.

Proprio i politici, infatti, sono spesso interpellati affinché concedano le dovute autorizzazioni per poter accedere nei luoghi storici di loro competenza, per poter registrare video, scattare foto, non per fini lucrativi ma per poter divulgare la leggenda o il mistero in essi custoditi. Il più delle volte, mi crediate o meno, le istituzioni assumono un comportamento fuori da ogni logica, persino offensivo, snobbando tali richieste o assumendo atteggiamenti atti a far desistere dall’intento lo studioso.
Perché?

Perché in Puglia per alcuni risulta strano parlare liberamente di fantasmi, streghe, folletti ed altri esseri folkloristici, ci si vergogna, si ha timore di essere giudicati infantili, ma tutto ciò è frutto di mera ignoranza. Già molti comuni italiani, in altre regioni, hanno saputo sfruttare l’enorme risorsa offerta dal folklore, così sono nate economie basate sulle leggende: I boschi dei folletti nelle Marche; e streghe di Benevento, Lo spettro del castello di Bardi a Parma e cosi via.

La Puglia invece sembrerebbe sfruttare solo i falò e la Pizzica, ma ciò è un comportamento autolesivo visto che il Folklore pugliese è talmente ricco da poter dar vita ad un turismo destagionalizzato e diversificato che potrebbe arricchire abnormemente il territorio, soprattutto nei luoghi interni, non baciati dalla bellezza del mare e dal turismo stagionale che ne deriva.

Perchè dunque il folklore è così importante?

Il termine folclore, o folklore dall’inglese “folk (popolo)” e “lore, (sapere)”, si riferisce all’insieme della cultura popolare, intesa come “sapere popolare”, conoscenze tramandate spesso oralmente e riguardanti usi e costumi, miti e leggende, con riferimento a una determinata area geografica ed una determinata popolazione.
L’origine del termine viene attribuita allo scrittore inglese William Thoms (1803-1900) che, con lo pseudonimo di Ambrose Merton, pubblicò nel 1846 una lettera sulla rivista letteraria londinese “Athenaeum”, allo scopo di dimostrare la necessità di un vocabolo che si riferisse a tutti gli studi sulle antiche tradizioni popolari inglesi. Il termine fu accettato dalla comunità scientifica internazionale dal 1878, per indicare tutte quelle espressioni culturali comunemente denominate “tradizioni popolari”.

Il folklore, in particolare i miti ed i loro intrinsechi significati, furono oggetto di studio del famoso antropologo “Claude Lévi-Strauss”. In particolare nella sua opera “Mito e significato”, l’antropologo francese non considera i miti esclusivamente come“elementi primitivi”, un prodotto della superstizione, egli ci vede qualcosa di estremamente più importante.

«Le storie antiche sono, o sembrano, arbitrarie, prive di senso, assurde, eppure a quanto pare si ritrovano in tutto il mondo. Una creazione “fantastica” nata dalla mente in un determinato luogo sarebbe unica, non la ritroveremmo identica in un luogo del tutto diverso». (Claude Lévi-Strauss)

A mio modesto parere, lo studio delle antiche tradizioni, custodite dalla saggezza popolare e tramandate in differenti modi e con differenti linguaggi, rappresenta un tesoro inestimabile.
Quante popolazioni hanno camminato sul suolo che oggi chiamo Puglia?
Quanti racconti, questi uomini, hanno narrato ai loro figli?
Quali speranze avevano per il futuro?
Quali erano le loro aspettative per la razza umana?
Come intendevano rapportarsi con la natura?
Queste ed altre domande, tantissime altre, sono proprio la base sulla quale oggi si erge il folklore, facente riferimento proprio ai tentativi di dar risposta a tali quesiti.

Cosa ci insegna il folklore?
A quanti riescono a percepire il suo mistero al di la del suo fascino, il folklore insegna a vivere su questo pianeta accettando la condizione umana, spiegando come questa possa raggiungere livelli elevati o precipitare nel baratro più oscuro.
Il folklore lascia una traccia di vita vissuta, una registrazione che solo le menti più aperte possono riprodurre. Quando ciò accade, l’uomo si ritrova catapultato “indietro nel futuro” (citando una battuta del noto film “Ritorno al futuro”), si ritrova cioè in epoche che solo apparentemente rappresentano il passato, in quanto raggiungendole successivamente alla loro comprensione, decodificazione simbolica, esse rappresentano effettivamente un futuro da raggiungere.

Nel mio ultimo libro: Puglia Folk, tra miti e leggende (I Quaderni del Bardo edizioni), ho cercato di descrivere il folklore pugliese affinché possa ancora rapire le menti, far sognare, suscitare quelle emozioni che renderebbero la società meno omologata, meno apatica, forse più umana.

Questo è il folklore, la riscoperta del sentimento, dell’umanità oggi latente.

Mario Contino

Le mummie di Monopoli

Monopoli è una cittadina all’estremo confine SUD della provincia di Bari, nota per le sue splendide coste, per una “movida” turistica sempre viva in tutte le stagioni, e per i misteri che si celano nel suo centro storico, nel suo imponente maniero e nei villaggi rupestri incorporati nel suo territorio. Tra mari e monti, questa è Monopoli, acque cristalline che abbracciano il verde selvaggio dei boschi montani, che sembrano volerla proteggere dalle insidie del vento pugliese.

Oggi vi parlerò delle famose “mummie di Monopoli”, veri corpi mummificati che ogni anno attirano migliaia di turisti, in un clima di stupore e rispetto. Le mummie si trovano in una cappella all’interno alla Chiesa di S. Maria del Suffragio (detta del Purgatorio), sita nei pressi dalla Cattedrale della Madonna della Madia. Forse sono meno note delle mummie Siciliane che si trovano nella cripta dei Cappuccini di Santa Lucia del Mela (Messina), ma non meno importanti sotto l’aspetto storico e antropologico.

La chiesa che le custodisce venne realizzata nel 1687 ed è sede della Confraternita di Nostra Signora del Suffragio, già esistente dal 1633. La facciata barocca dell’edificio e decorata con elementi che lasciano immediatamente intendere il culto che si praticava al suo interno: quello della morte.

Tralasciando le caratteristiche artistico-architettoniche della chiesa, di cui ho discusso in altri articoli (link…), passerò a spiegare più nel dettaglio la provenienza delle mummie ed il perché sono tutt’oggi poste in bella vista in grande teche in vetro.

Le mummie sono anche visibili dall’esterno, da un’ampia finestra che si affaccia sull’affollatissima Via Padre Nicodemo Argento e che viene appositamente lasciata sempre aperta.

Pochi sono però i turisti che le notano, ossia che guardano volutamente attraverso la finestra, ed i cittadini, fino a pochi decenni fa, evitavano di osservarle per scaramanzia, convinti che gli spiriti di quelle persone fossero ancora presenti in loco e, in qualche modo, che potessero causare problemi ai malcapitati di turno.

Le mummie, tutte rigorosamente vestite con gli abiti propri della Confraternita (erano tutti confratelli) sono otto, e tra loro è possibile ammirare l’unica mummia pugliese di una bambina, morta all’età di circa 2 anni: Plautilla Indelli.

Tutte le mummie si crearono a seguito di un processo naturale di mummificazione che si innescava deponendo i cadaveri all’interno della speciale cripta della chiesa, che essendo povera di ossigeno ostacolava l’ossidazione e la decomposizione dei tessuti, che si essiccavano.

Unica eccezione è data proprio dalla piccola Plautilla Indelli, che sembrerebbe aver subito un vero e proprio processo di mummificazione.

Per scoprire altri dettagli, ed ammirare rispettosamente questi antichi confratelli, vi invito a recarvi personalmente presso la Chiesa del Purgatorio, vi troverete sempre personale affabile, preparato e pronto a rispondere ad ogni vostra curiosità.

Mario Contino

Il misterioso Castello di Acaya

La puglia è una regione ricca di storia e di monumenti storici, traccie indelebili di un passato non troppo lontano, cimeli da proteggere e valorizzare. Sabato 9 Aprile 2016, insieme all’Associazione Italiana Ricercatori del Mistero A.I.R.M., che all’epoca presiedevo e che attualmente si è evoluta nel “Gruppo Italiano Ricerca Psichica G.I.R.P”., autorizzati dall’Istituto di Culture Mediterranee, ho visitato il famoso Castello Gian Giacomo dell’Acaya, sito in Acaya (Vernole – LE), per studiarne le leggende che ormai da molti anni sono ad esso legate.
Nel 1294 Carlo II D’Angiò donò Segine (antico nome di Acaya) a Gervaso di Acaya, valoroso capitano la cui discendenza mantenne per oltre tre secoli il possesso del feudo, ed il cui cognome rinominò l’interò borgo così come oggi è noto. Nel 1506 Alfonso di Acaya costruì il nucleo più antico del Castello mentre le mura di cinta furono fatte innalzare nel 1535 dal suo discendente Gian Giacomo. Nel 1575, il feudo di Acaya passò al Regio Fisco e successivamente, nel 1608, ad Alessandro De Montibus che lo fortificò ulteriormente per timore delle incursioni turche. Verso la fine del XVII secolo il feudo tornò alla Corte Regia che nel 1688 lo vendette ai De Montibus – Sanfelice, i quali nello stesso anno lo vendettero ai Vernazza.
Questi ultimi proprietari non vi apportarono alcuna modifica strutturale e passò così indenne attraverso il barocco, conservando la sua struttura tipica di rocca rinascimentale.

L’edificio oggi si presenta come un quadrilatero ai cui vertici si innestano i bastioni, di forma bassa e robusta, adatti alla difesa e all’attacco contro le armi da fuoco. L’impianto bellico risulta essere un’opera dell’architetto Gian Giacomo dell’Acaya, tra i più noti architetti militari del XVI secolo, per conto di Re Carlo V. La fortezza era senza dubbio tra le più innovative di tutto il “Vice Regno di Napoli”.

Castello Gian Giacomo dell’Acaya (Acaya – Vernole – LE)

A mio modesto parere il castello non ebbe solo funzione difensiva e di controllo del territorio salentino, infatti in esso è presente una magnifica Sala Ennagonale, della torre Nord – Est, arricchita da pregevoli fregi che in una struttura storicamente nota come “ambiente d’utilità strategico-militare, non avrebbero certo ragion d’essere. Infatti simili grazie più si presterebbero all’addobbo di una sala rituale e a mio modesto parere si tratta proprio di questo. All’interno di questa stanza vi è un’acustica sorprendente, infatti posizionando più persone in punti specifici, la voce di colui che si trova di fronte all’ascoltatore sarebbe percepita come se provenisse da pochi centimetri di distanza, e non da diversi metri. Una caratteristica voluta, che non avrebbe senso in un ambiente militare.

Diverse sono le sepolture rinvenute nei pressi e all’interno del Castello di Acaya, probabilmente alla base di numerose leggende riguardanti presunte e spettrali apparizioni. Nel corso di una recente ristrutturazione, dal lato nord dell’edificio, sono affiorate le tracce di una costruzione di epoca medioevale, poi rivelatasi una piccola chiesa bizantina, e sotto di essa alcune sepolture purtroppo già violate. Il 25 gennaio 2001, durante gli scavi nei pressi delle mura e nelle vicinanze delle scuderia, sono state riportate alla luce una serie di tombe con ossa umane maschili, probabilmente soldati caduti in una delle tante battaglie disputate nella zona.
Che i citati spettri appartengano a questi combattenti?
Purtroppo dal mio sopralluogo non sono emerse anomalie rilevanti che possano in qualche modo avallare tale supposizione, ma tutto è possibile.
Del resto è scontato che un Castello come quello di Acaya, che tra l’altro è stato il primo del Salento, e forse del Sud Italia, interamente accessibile e visitabile, oltre che sede del “Mediterranean Peace Forum” che ha riunito nel Salento esponenti di diverse religioni e nazionalità per promuovere un clima di pace e collaborazione, non ha certo bisogno di leggende su spiriti e fantasmi per attirare turismo, quindi lo reputo molto interessante dal punto di vista delle leggende suddette.

Durante il mio sopralluogo, sempre accompagnato dalla Dott.ssa Oronzina Malecore che mi ha supportato durante l’intero studio, con curiosità, fornendoci informazioni di importanza fondamentale sugli aspetti storici e architettonici del maniero, sono rimasto sbalordito dal perfetto stato di conservazione delle stanze e dall’efficientissima organizzazione e preparazione del personale operante in loco. Soprattutto ha destato il mio interesse la mostra archeologica su Roca Antica, allestita nelle stanze del piano superiore dell’edificio e che tende a mettere in luce reperti archeologici di estrema importanza, in un clima tanto suggestivo da rendere l’esposizione quasi magica. Si possono ammirare sia oggetti di produzione locale che altri d’importazione, visto i buoni flussi commerciali del tempo. Ad esempio è possibile ammirare rondelle in palco di cervo, lame in bronzo con impugnatura in osso, e resti ceramici e faunistici.

Dalla mostra archeologica all’interno del Castello di Acaya.

All’interno delle antiche prigioni, situate al piano terra del maniero, e in una delle stanze del piano superiore, sono stati rinvenuti simboli che ritengo molto interessanti per la loro elevata importanza sul piano esoterico-iniziatico. Nelle prigioni sono ben visibili graffiti riconducibili ad illustrazioni di navi, antichi calendari (tacche a conteggio dei giorni) ed altre figure non distinguibili. Ciò che però mi ha particolarmente colpito sono le incisioni raffiguranti: mani ; stelle a 5 punte; centri sacri.
Di seguito spiegherò brevemente il significato di questi simboli, iniziando dal “Centro sacro”, perché direttamente collegato a quello rinvenuto nel piano superiore dell’edificio, ossia “il fiore della vita”, uno dei simboli di riferimento dell’antico Ordine dei Cavalieri Templari.
Occorre precisare che raffigurazioni di mani sotto forma di pittura rupestre o graffito, sono state rinvenute in molti siti archeologici e principalmente sono state interpretate quali firme, un segno indelebile della presenza di un individuo che intendeva, in tal modo, lasciare ai posteri una traccia della sua presenza.è quindi lecito supporre che alcuni condannati avessero voluto, in quel modo, lasciare al mondo un’ultima traccia della loro esistenza.

Tra gli altri simboli citati mi soffermerò adesso sulla famosa Stella a 5 Punte: le sue rappresentazioni si trovano nell’area delle prigioni, sono però realizzate in maniera imprecisa, difficilmente quindi un utilizzo per reali scopi esoterici, che invece avrebbe preteso la perfezione geometrica. Oggi è considerato un simbolo magico legato a culti neo-pagani o Pagani (antica religione), in realtà la sua simbologia è estremamente complessa. In ambito Massonico il Pentalfa (o stella fiammeggiante), è considerato uno dei simboli più importanti in quanto viene considerato il simbolo dell’uomo. Difatti è risaputo che quest’ultimo (l’uomo) e il tema centrale della massoneria e ne ispira l’intera simbologia. Guillemain de Saint-Victor afferma: “La Stella fiammeggiante è il centro da dove parte la luce”.
Nei rituale massonico essa si trova tra i simboli del grado di “maestro” e ricorda i cinque punti della “fratellanza”, che sono un sommario dei doveri massonici verso il proprio fratello. Pochi sanno che il pentagramma è anche considerato, in ambito folkloristico, una potente protezione controdemoni e streghe. Presso gli antichi Egizi era l’immagine di Horus (figlio del Sole) e di Iside. Incarnava la materia prima, il fuoco sacro, la sorgente della vita.
Il “Dictionary of Mysticism” definisce in questo modo il Pentalfa:
“È considerato dagli occultisti il mezzo più potente per evocare gli spiriti. Quando la Stella ha la punta diretta verso l’alto, essa è considerata il segno del bene e uno strumento per evocare gli spiriti benevoli; quando la Stella ha la punta in giù e altre due in alto, è il simbolo del male, di Satana, ed è utilizzato per evocare le potenze malefiche”.

Vi soiegherò quindi il significato folkloristico del simbolo del Centro sacro: Questo simbolo è costituito, nella sua forma più comune, da un quadrato nel quale sono iscritti otto raggi che formano all’intero dello stesso due croci greche una ortogonale e un’altra diagonale. Il Centro Sacro è un simbolo arcaico che probabilmente trae le sue origini dalla cultura celtica. Si tratta di uno dei simboli esoterici fondamentali, rappresenta l’Uno, l’origine di tutte le cose. Il Centro Sacro è essenzialmente il Principio a partire dal quale tutto ha origine, il punto indiviso senza dimensione né forma, Dio nella sua forma di inizio e fine, l’Alfa e l’Omega. Louis Charbonneau-Lassay, in uno scritto sui graffiti templari della torre di Chinon, ne dà una precisa descrizione ed una sua interessantissima interpretazione esoterica, mentre René Guénon, riferendosi allo stesso articolo, afferma che questo simbolo era stato già ritrovato graffito sulla pietra sacra di Kermaria. Nella sua variante in forma circolare (Ruota ad Otto Raggi), presente soprattutto in antiche tradizioni orientali, il simbolo viene identificato con il nome di “Ruota dei Chakra” o “Ruota della Vita”, mantenendo pressoché immutato il suo significato. Anche questo emblema ebbe un ruolo importantissimo nella simbologia dei Cavalieri del Tempio visto che è stato ritrovato in molte delle antiche “Commanderie”, risentendo della simbologia attribuita dai pitagorici al numero “8”. Mi sembra doveroso citare che, così come è accaduto per il simbolo della ” Triplice Cinta” il cui schema geometrico deriva da quello di un popolare gioco da tavolo, ossia il “filetto”, anche il Centro Sacro riproduce lo schema di un gioco antichissimo chiamato “Alquerque”, probabilmente di origine Medio Orientale.

Giunti a questo punto vi informerò sul simbolo del Fiore della Vita: Questo simbolo, noto anche con i nomi di “Rosa dei pastori” o “Rosa carolingia”, è poco noto ai giorni nostri se non come emblema di un famoso partito politico. Si tratta di uno tra i simboli più utilizzati dal famoso ordine cavalleresco dei “Cavalieri Templari” (Pauperes commilitones Christi templique Salomonis “Poveri cavalieri di Cristo e del tempio di Salomone”). È costruito partendo da sei sfere, ognuna di esse rappresenta simbolicamente un giorno della creazione e per tale motivo è anche noto come “Sesto giorno della Genesi”. Il fiore della vita appare in molte culture antichissime, con significati a volte,poco chiari. I primi Cristiani spesso lo incidevano nei loro luoghi di culto, probabilmente il significato attribuitogli da questi ultimi era quello del Sole, che poi simboleggia Dio Padre ma anche la resurrezione di Cristo. Presso l’antichissima civiltà celtica era considerato come una specie di carro solare, rappresentava la grande potenza del sole ed il suo ruolo primario di apportatore di nuova vita. In sintesi si attribuisce al Fiore della vita un potere rigenerativo derivante dal Sole stesso e protettivo contro le insidie delle forze del male. Il centro di questa figura si forma nel punto in cui le circonferenze dei cerchi si intersecano tra loro in maniera perfetta. Questo corrisponde anche al centro del cerchio nel quale il simbolo è perfettamente inscrivibile e, come tale, simboleggia l’illuminazione derivante dall’innalzamento spirituale, la conoscenza suprema che porta alla reale comprensione del disegno di Dio.
L’esoterismo Ebraico collega il Fiore della vita, o per meglio dire la sua struttura, all’albero Sephirotico, questo perché dalla perfetta geometria del primo simbolo si può costruire il secondo. La precisa struttura del fiore lo vede come base iniziale su cui si fonda gran parte del simbolismo esoterico, al suo interno si cela il famoso “Frutto della Vita” che a sua volta rappresenta la base del Cubo di Metatron.

Nel complesso posso garantire che visitare questo maniero è stata una delle esperienze più belle che io abbia mai vissuto, e consiglio a tutti gli interessati di non perdere occasione per tuffarsi nel fascino dell’antica storia salentina.

Mario Contino.

Sagra delle Frittelle e falò di San Giuseppe a Monopoli

Martedì 19 marzo 2019 dalle ore 19:00, l’unità pastorale Maria SS. della Madia, Monopoli (Bari) Comunità de l’Assunta, organizza l’accensione del falò tradizionale in occasione della festività di San Giuseppe.
Sagra delle frittelle e delle zeppole e tanto divertimento con musica popolare dal vivo.

In caso di condizioni meteo avverse la manifestazione verrà rimandata a Domenica 24 marzo 2019

LE ARTI DEL DIAVOLO. INQUISITORI, STREGHE, ALCHIMISTI E MAGHI ED IL LORO RIFLESSO IN PUGLIA

“LE ARTI DEL DIAVOLO”

INQUISITORI, STREGHE, ALCHIMISTI E MAGHI ED IL LORO RIFLESSO IN PUGLIA


“Che tutti gli eretici siano scomunicati e anatemizzati e, una volta condannati dalla
Chiesa, abbandonati al giudice secolare per subire il meritato castigo”
(Gregorio IX )

Una vera e propria crociata contro Satana ebbe il suo incipit sotto il pontificato di Gregorio IX, tra gli anni che intercorsero tra il 1227 ed il 1234.
Il Tribunale dell’Inquisizione vede un primitivo abbozzo sin dal Concilio di Verona del 1184, presieduto da Papa Lucio III e Federico Barbarossa quando fu costituita la cosiddetta “Bolla di Ruscigli” allo scopo di combattere l’eresia; la disposizione in essa contenuta – sconosciuta al diritto romano – prevedeva la possibilità di essere accusati di eresia e, dunque, subire un processo anche in assenza di prove tangibili o testimoni.
Questa disposizione trovò, successivamente, conferma durante il Concilio Lateranense IV del 1215 mediante il quale si istituirono le procedure d’ufficio utili a contrastare la minaccia ai danni della Chiesa.
Nel 1252, con la bolla Ad Extirpanda vi fu l’approvazione pontificia del mezzo della tortura al fine di “estirpare” i movimenti eretici; comparendo come un giudice quasi straordinario, il Tribunale dell’Inquisizione doveva
punire con toni severi la magia, l’astrologia, il paganesimo, gli adoratori del Diavolo ed i funzionari ecclesiastici che si erano macchiati di reati che risultavano incompatibili con la loro carica.
Nel 1235 toccò ai domenicani e, successivamente, ai frati francescani il compito di contenere la minaccia dell’eresia; moltissimi furono gli uomini e le donne – le quali erano in numero maggiore rispetto ai primi – accusati di adorare il demonio e di praticare arti occulte che si contrapponevano ai dogmi di fede imposti da una Chiesa che con coercizione imponeva il rispetto dei dogmi di fede, quali verità assolute.
Del termine “inquisizione” vi è la prima traccia negli atti emessi dal Concilio di Tolosa tenutosi nel 1229 in Francia, durante il quale, al tavolo intorno ove sedevano gli ecumenici si discusse per cercare un modo per fermare l’emorragia dell’eresia.
Con la bolla pontificia “Summis desiderantes affectibus” – promulgata il 5 dicembre 1484 da Papa Innocenzo VIII – iniziò la soppressione dell’eresia e della stregoneria nella Valle del Reno; ma fu solo tre anni dopo, nel 1487, che il libro sacro della repressione della stregoneria vide la luce ad opera di due domenicani tedeschi: Jacob Sprenger e Heinrich Kramer, autori del “Malleus Maleficarum”, conosciuto anche come “Martello delle Streghe”.
A questo secolare testo – ristampato 34 volte sino al 1669 e mai adottato dalla Chiesa cattolica, ma neppure inserito nell’Indice dei Libri Proibiti – seguì, nel 1608, il “Compendium Maleficarum”, manuale di demonologia redatto da Francesco Maria Guazzo.
L’opera, suddivisa in tre volumi, vide la luce a Cleve – città presso la quale Guazzo era stato convocato per presiedere ad un processo indetto dall’Inquisizione nei confronti di un anziano sacerdote accusato di stregoneria. All’ interno del Compendium – annoverato tra i manoscritti più autorevoli della stregoneria – son citati numerosi casi curati dal Procuratore della Lorena, Nicolas Rémi, e raccolti nel Daemonolatreiae Libri Tres del 1595.
La Chiesa, nei secoli medievali, ideò una stretta correlazione tra Stregoneria e Satanismo, la quale fu messa in risalto dalle tesi teologiche di Agostino contenute nel De Civitate Dei in cui il filosofo difende il cristianesimo dall’attacco dei pagani, trattando il conseguimento della salvezza umana.
“Il corpo, contaminato irrimediabilmente dalla stregoneria, dev’essere bruciato perché l’anima se ne distacchi. La pubblicità del rito del rogo ristabilisce la comunione degli osservanti. Il culto della donna tutta, sotto la specie di Dio, della Vergine o della Chiesa sancisce il rogo quale punta estrema del rispetto della liberazione”: questo il mezzo di espiazione sancito dal Martello delle Streghe.
Una presenza costante nella vita e nel pensiero degli uomini del Medioevo – così come testimoniano le numerose iconografie del tempo – l’emblema del male veniva rappresentato con la forma di un serpente o di una bestia selvatica deforme i cui connotati risiedevano nella capacità di tentare, sedurre e persuadere; Soltanto con l’Editto di Costantino del 313 d.C. e con quello di Nicea del 325 d.C. la divinità del male viene identificata con un aspetto similare a quello del dio Pan: volto barbuto, busto umano, gambe e corna caprine, zoccoli, artigli ed un’espressione terrificante.
Solitamente, a mettere in moto le accuse del Tribunale erano le informazioni provenienti dal popolo e, secondo alcune leggende, durante i periodi di carestia, i credenti erano invitati, mediante un tempus gratiae, a fornire informazioni sull’eventuale presenza di streghe le quali, sarebbero state ritenute la causa di ogni sciagura che si abbatteva sul popolo e sul raccolto.
Verso la fine del Quattrocento, periodo contrassegnato dalla riforma luterana e dallo scisma della cristianità, l’Inquisizione romana punì severamente coloro i quali abbandonarono il credo cristiano per approcciarsi alle arti magiche; processi, esecuzioni pubbliche si diffusero in gran parte del territorio europeo, mentre in Germania vedeva la luce l’opera “De occulta philosophia” dell’alchimista, astrologo, esoterista e filosofo Heinrich Cornelius Agrippa di Nettesheim.
L’analogia tra stregoneria e satanismo si mantenne viva a lungo sia nel folklore popolano che negli atti normativi ecclesiastici, divenendo quasi una fonte consuetudinaria.
La magia cerimoniale si diffuse sempre più ed i metodi di invocazione trovavano ispirazione nelle antiche dottrine pagane ed ebraiche.

Nella letteratura medievale, molti erano i formulari magici alla portata dei dotti e, con la nascita della stampa, molti testi furono tradotti dall’arabo, favorendo una diffusione delle conoscenze alchemiche e magiche.
Molti inquisiti subirono aspri processi ai quali seguì l’ordinanza dell’esecuzione della pena capitale, monito per gli altri disertori della fede cristiana i quali rispondevano dinanzi al Tribunale della colpa di “pensare” e “sentire”.
Annoverati nel “pensare” erano tutti quei crimini più gravi commessi con la parola o con l’assunzione di un atteggiamento contrastante con la fede e retribuiti con la stessa vita; erano, invece, annoverati nel “sentire” quelle colpe relative alla sfera sessuale.
Le pene variavano a seconda della gravità del fattispecie e si uddividevano perlopiù in spirituali (retribuite con penitenza), giudiziarie (confisca o ammenda) e corporali (pena di morte o tortura).
A cavallo tra il Basso Medioevo e l’età moderna molteplici furono i dogmi che vennero strumentalizzati dalla Chiesa di Roma al fine di contenere le rivolte di coloro che accusavano l’istituzione ecclesiastica di corruzione ma, non di rado, le credenze popolari presero il sopravvento; a testimonianza del modus operandi utilizzato dell’istituzione ecclesiastica vi è il caso
di Laura Stella de Paladini, vittima della Caccia alle Streghe di Bitonto avvenuta nell’ultimo decennio dei Cinquecento (1593-1594).
La giovane bitontina, poi assolta dall’accusa nel 1594 a seguito di un attento studio del caso, fu vittima di un piano architettato dall’ arcidiacono Ottavio Bove il quale sfruttò la situazione di fragilità psichica della de Paladini al fine di ottenere lustro, inducendola ad autoaccusarsi di stregoneria e praticante dei sabba.
Quella di Laura Stella de Paladini è solo uno dei casi di processo inquisitorio nel Meridione che non risparmiarono neppure i membri degli ordini monastico- cavallereschi del tempo: è nelle città pugliesi di Brindisi e Lucera, che durante il periodo di tramonto dell’Ordine del Tempio, alcuni seguaci furono inquisiti e condannati per aver respinto la fede della Chiesa di Roma, a favore di pratiche “diaboliche”.

Antonia Depalma  (esperta in Criminologia Clinica e con riferimento al satanismo)