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L’arte Amanuense nel Medioevo pugliese

L’ ARTE AMANUENSE NEL MEDIOEVO PUGLIESE
Prestigiose testimonianze capaci di narrare peculiarità della storia della nostra area geografica sotto il profilo storico e culturale son conservate presso il Museo Diocesano di Bari, il quale ha il privilegio di custodire tre delle 31 pregiate pergamene liturgiche miniate nei secoli della cosiddetta “età di mezzo”.
L’ Exultet, il cui nome richiama quello della formula del rito romano “Benedictio Cerei”, era diffuso nell’Italia meridionale e fu il prodotto delle opere sapienti dei monaci amanuensi che risiedevano nell’area d’interesse durante i secoli intercorrenti tra il X ed il XIV.
In un’epoca durante la quale la stampa non aveva ancora visto la luce, i luoghi adibiti alla diffusione della cultura e alla trasmissione dei saperi erano gli scriptoria, collegati ai grandi all’interno dei quali i c.d. “servus a manu” provvedevano a ricopiare, mediante la bella grafia, i testi dell’antica tradizione classica; soltanto dal V secolo questi iniziarono a comparire all’interno dei grandi monasteri apportando, di pari passo, una evoluzione della tipologia di scriptūra: comparvero la Onciale, la Semi-Onciale e la Minuscola Corsiva seguite, nell’ XI secolo, dall’arte calligrafica Carolina.
Nel 1200 con la comparsa degli scriptoria legati alle Università si assistette ad un mutamento nella costruzione dei codex, delle miniature – le quali divenirono più laiche – e della scrittura: appare la Gotica.
La tipologia di Gotica che interessò la nostra area geografica è rinvenibile nel trattato di Federico II di Svevia, “De arte venandi cum avibus” relativo all’attività venatoria.
Il codice – redatto nel 1260ca. e conservato presso la Biblioteca Vaticana – è formato da 111 fogli di pergamena delle misure di 24×36 cm, appare come un chiaro esempio della scrittura adoperata alla corte dell’ Imperatore del Sacro Romano Impero.
In periodi antecedenti alla nascita dell’arte calligrafica gotica veniva  doperata la scrittura Beneventana – scrittura nazionale della Longobardia Minor – originaria del ducato di Benevento e denominata come tale dal paleografo Avery Lowe; utilizzata nell’area dalmata tra l’VIII ed il XVI secolo, il centro più importante di diffusione di questa scrittura fu l’abbazia benedettina di Montecassino, fondata nel 529 da Benedetto da Norcia.
Dall’ influsso della scrittura del monastero benedettino – ricca di  Abbreviazioni e contrazioni – e da quello della minuscola greca nacquero le tipizzazioni della c.d. “Bari Type” – la quale presenta un tratteggio sottile favorito dall’utilizzo di pennini a punta rigida – e della scrittura “Cassinese”.
Ritenuti i copisti per eccellenza, agli amanuensi benedettini si deve la trasmissione di documenti, cifrari, volumen e codex antichissimi: questi – esperti di retorica, grammatica, aritmetica, geometria, arti liberali, musica ed astronomia – son stati i preziosi custodi delle conoscenze più remote.

All’interno del monastero, inoltre, ci si occupava della colorazione  dell’inchiostro, la quale era dovuta al suo principale componente, il gallato di ferro ottenuto dalla reazione del tannino con un sale ferroso;
lo stesso monaco Teofilo del XII secolo nel trattato “De diversis artibus” riferisce di un inchiostro a base di ferro prescrivendo per la sua preparazione un estratto polverizzato dalla corteccia di alcune piante, mescolato con un composto di zolfo o ferro o di una miscela di ferro e tannino.
Alternativa delle noci di galla, secondo i ricercatori, era la Punica Granatum o la melagrana, frutto la cui buccia risulta essere piena di escrescenze; Teofilo, nei suoi trattati, tuttavia, menziona anche l’estratto del cespuglio di biancospino il quale veniva fatto macerare nel vino.
Il primo ricettario sull’inchiostro ferrogallico e sul suo utilizzo è contenuto nei papiri di Leida e Stoccolma, i quali, assieme al manuale De Arti Illuminandi del XIV secolo, trasmettono le conoscenze più antiche relative alla creazione dei pigmenti.
L’archeologia dimostra che si iniziò a scrivere incidendo tavolette di argilla, tavolette cerate, pietre e cortecce d’albero e solo successivamente, grazie alla nascita del papiro, della pergamena – il cui nome deriva dalla città di Pergamo, in Asia Minore, ove fece la sua prima comparsa – e della carta si iniziò ad adoperare un deposito di materiali di contrasto mediante
pennelli, pennini d’oca, pennini palustri e calamai.
Le documentazioni più importanti relative all’ enckauston son contenute nel Filone di Bisanzio (inchiostro c.d. “simpatico”), nei trattati di Caio Plinio (inchiostro ferrogallico) e negli scritti di Publio Ovidio Nasone (trattamento scrittorio con il latte).
Un’eredità di inestimabile che secondo alcuni studiosi ci è stata lasciata dal monastero di San
Benedetto, sito a Bari e fondato nel 978 dall’Abate Girolamo.
I rotoli di Exultet esposti nelle teche del museo sono la concreta  estimonianza di un’evoluzione della notazione adiastematica la quale era dotata di guidone, atto a dare l’intonazione al canto gregoriano.
La presenza di tali opere non esclude che durante l’epoca medievale, nella città di cui San Nicola, vescovo di Myra, è patrono vi sia stata una schola cantorum d’influenza greca e bizantina.

AUTRICE: Antonia Depalma

 

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